Ottobre 2018

 

La stagione della raccolta del miele è oramai conclusa, per la nostra apicoltura agosto rappresenta il termine massimo per il prelievo dei melari. Nonostante un inizio di stagione che non faceva sperare molto in un raccolto soddisfacente, le nostre api si sono dimostrate estremamente operose, confermando la media stagionale.

La pioggia insistente che ha caratterizzato questo andamento stagionale, se per una prima fase ha ostacolato il lavoro delle api, nella seconda fase ha determinato abbondanti fioriture che si sono protratte anche nei mesi più caldi e di regola siccitosi.

Insieme al buon andamento della produzione di miele anche le sciamature sono state positive, tanto che alcuni sciami, pur non completamente sviluppati, hanno prodotto miele per più di un melaro.

Oltre alle nostre api che, come sempre scelgono gli ulivi prossimi all’apiario per sciamare, abbiamo raccolto due sciami provenienti da due sedi religiose: la parrocchia di san Alessandro prossima al Fiore del Deserto e il convento delle Orsoline in via Nomentana.

La scelta di non prelevare miele oltre il termine di agosto nasce dall’esigenza di consentire alle api di immagazzinare scorte per l’inverno. Tutte le fioriture tardive e autunnali (edera, inula, fiori spontanee, rosmarino, lavanda evodia e nespolo) costituiscono il raccolto per l’inverno senza il quale si dovrebbe provvedere ad alimentare le api con surrogati tipo candido.

L’ apicoltura Fiore del Deserto, orientata da un indirizzo che individua nella sostenibilità la via maestra, preferisce rinunciare a qualche chilo di miele piuttosto di dover somministrare alle api, dopo il lavoro che hanno fatto per noi, un cibo scadente.

Tutto il processo che va dalla raccolta del miele alla smielatura fino all’invasettamento è stato controllato dalla Asl di riferimento, mentre ha dato esito negativo l’analisi della presenza di piombo nel miele effettuato dall’istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana.

Ringraziamo Caterina Elisa per l’aiuto alla cura dell’apiario e per la partecipazione al nostro corso di apicoltura teorico pratica.

 

 

 

 Maggio 2018


Apicoltura 2018

Una difficile ripresa

Le cause sono numerose, come sempre del resto, ma questa primavera l’apicoltura ha subito due colpi consecutivi durissimi: prima le gelate di metà febbraio con temperature molto al disotto delle medie stagionali che hanno condizionato la ripresa dopo il riposo invernale, colpendo soprattutto le famiglie meno forti e purtroppo numerose a causa della prolungata siccità del 2017; dopo sono arrivate le piogge insistenti che ancora caratterizzano questo mese di maggio e che non consentono alle api di uscire dall’arnia limitando la raccolta di nettare e polline di importanti fioriture primaverili.

Tra marzo e aprile quando la situazione meteorologica sembrava volgere al bello siamo intervenuti per tentare di controllare le sciamature con la divisione delle famiglie e siamo riusciti ad ottenere qualche risultato. Ma contestualmente, nei pochi giorni di tempo sereno, improvvisamente tutto l’apiario è stato scosso dalla febbre della sciamatura che abbiamo documentato in un video. Un fenomeno non certamente inusuale, ma tutto concentrato nella settimana di bel tempo che ha preceduto l’arrivo delle piogge insistenti di aprile e di maggio, come se le api avessero avvertito l’arrivo del maltempo e avessero sfruttato l’apertura di una “finestra” per poter sciamare.

Stiamo visitando le api una volta a settimana per verificare la consistenza delle famiglie che possono accogliere il melaro, purtroppo registriamo molte difficoltà che non promettono un buon raccolto.

 

Ottobre 2017

I Fuchi del 2017

La stagione apistica 2017 si è conclusa lasciando aperti molti interrogativi, tra questi uno in particolare riguarda i fuchi. Quest'anno la nostra apicoltura ha registrato una riduzione importante delle sciamature, rispetto alle annate precedenti del 40/50% circa.

Non solo abbiamo raccolto pochi sciami e anche di modeste dimensioni ma la particolare anomalia della stagione è data dai fuchi. Pochi e subito scomparsi già nelle prime settimane di agosto, normalmente si registra la presenza dei fuchi ancora in ottobre inoltrato. La scomparsa prematura dei fuchi ha impedito l'allevamento delle nuove regine per quelle famiglie di api rimaste orfane della loro regina.

Quando una famiglia di api decide di far nascere una nuova regina questa poi deve essere fecondata dai fuchi altrimenti non potrà deporre uova di api operaie ma deporrà solo uova non fecondate dalle quali nasceranno solo altri fuchi.

Settembre 2017

 Le api urbane

Katrin Klinder le tiene nel giardino di casa, la Genbyg – società danese di riciclaggio di rifiuti dell’edilizia – in quello aziendale, vicino all’aeroporto, per rafforzare l’immagine ‘sostenibile’ del proprio marchio, Julie condivide la passione con sua madre in pieno centro di Parigi, alcuni hotel ce le hanno addirittura sul tetto, Peter James invece insegna a 400 adepti a prendersene cura nella città di Londra.

Sono i sostenitori delle api ‘urbane’. E loro, le dirette interessate, che dicono? Ringraziano e dichiarano che, tutto sommato, stanno meglio in città che in campagna: più biodiversità, meno pesticidi nonostante l’inquinamento, e abbondanza di foraggi tutto l’anno. L’apicoltura urbana sta dilagando in tutto il mondo per contrastare l’inesorabile moria delle api, favorire l’impollinazione, tenere sotto osservazione l’inquinamento, educare le giovani generazioni alla cura dell’ambiente. Oltre, naturalmente, poter gustare e vendere un ottimo miele autoprodotto, nonché assecondare una passione. Perché per allevare le api ci vuole molta, tanta passione, dedizione e sapere. Ma il risultato è impagabile: un solo favo produce da 20 a 80 kg di ottimo miele in un anno. Le api, dal canto loro, sembrano apprezzare la vita cittadina.

A Copenhagen (Danimarca) gli apicoltori cittadini sono circa 700 (250 in centro e circa 450 nell’hinterland), la città molto verde si presta. E così sono le stesse api a migrare dalla campagna al centro urbano: sfuggono da un ‘deserto verde’ fatto di monocolture e prodotti chimici, per approdare ai tanti progetti messi in campo dalle associazioni di apicoltori, spaziando tra parchi pubblici, giardini privati, balconi, tetti di abitazioni e ristoranti. Non importa se c’è l’inquinamento: loro sanno evitare i fiori ‘contaminati’ per approvvigionarsi solo in quelli più sani. E infatti, le prove sui mieli prodotti in città non presentano livelli di contaminanti diversi da quelli di campagna. Senza contare la valenza sociale: diversi sono i progetti destinati alle scuole, alle case per anziani, alla sostenibilità urbana e al coinvolgimento di senzatetto e persone con difficile accesso al mondo del lavoro.

A Londra arnie anche sulla Royal Festival Hall

In Gran Bretagna i numeri degli apicoltori urbani sono ancora più alti: ogni quartiere ha la sua associazione e ciascuna raccoglie tra 80 e 150 membri, tanto che hanno dovuto chiudere le adesioni poiché la città non riesce più a sostenere il numero in crescita, nonostante le molte zone verdi e i viali alberati. Persino il cimitero di Highgate ospita un apiario che produce tra i 50 e i 70 chili ad alveare. Anche la nota Royal Festival Hall ha arnie sul tetto, così come il negozio di specialità gastronomiche Fortnum&Mason a Piccadilly, che invita gli apicoltori cittadini a portare i loro mieli e venderli presso i suo corner. E anche in Italia, le città che ospitano gli apicoltori sono in continuo aumento, da Palermo a Roma, Bologna, Firenze e Torino. Grazie al sostegno di Aspromiele, la realtà delle associazioni di apicoltori urbani italiane è diventata una rete nazionale di monitoraggio ambientale, BeeNet, finanziata dal Mipaaf.

Come si diventa apicoltore in Italia

Quali consigli dare, quindi, a chi intende intraprendere questa appassionante attività? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Paternoster, titolare della Mieli Thun, realtà trentina apprezzata da chef e pasticceri: “La prima cosa da tenere ben presente – spiega – è sapere che si ha a che fare con un essere vivente, molto delicato. Di solito pensiamo alle api come animali da temere perché pungono, in realtà sono creature piccole e fragili. Quindi, prima di affrontarne l’allevamento, bisogna avere una solida base teorica. Leggere dei manuali di apicoltura, studiare un minimo di biologia delle api e tecnica apistica. Poi è fondamentale affiancare almeno per una stagione un apicoltore e fare con lui esperienza pratica”.

Naturalmente, anche le leggi italiane sono da conoscere: l’attività dell’apicoltore è regolamentata sotto il profilo civilistico, amministrativo e, se si intende dedicarsi anche alla vendita, fiscale. Così, per esempio, bisogna sapere che in Italia vi è l’obbligo di denuncia e georeferenziazione degli alveari, che la salute delle api ricade sotto la competenza dei veterinari, i quali devono rilasciare apposita autorizzazione anche in caso di semplice spostamento delle casette, e che per individuare il luogo in cui mettere i favi si devono seguire delle determinate regole (tipo, rispettare la distanza con il balcone dei vicini). Le diverse associazioni italiane di apicoltura, comunque, offrono tutto il supporto possibile: le maggiori a cui rivolgersi sono Aspromiele di Torino, Fai -Federazione Apicoltori Italiani o Cra-Api di Bologna.

L’attività si avvia con meno di 500 euro

Una volta imparato tutto questo, il costo per installare il proprio favo è davvero minimo: si va dai 150 ai 350 euro per una colonia di api con arnia e struttura, cui aggiungere circa un centinaio di euro per l’attrezzatura minuta (affumicatore, leva, separatore…) e altrettanto per la gestione del favo durante l’anno (alimentazione di soccorso, cambio dei favi se necessario, cure in caso di malattie). Anche il momento di raccogliere il frutto del lavoro apesco non richiede particolari investimenti: “Se si raccoglie il miele per consumo personale – distingue Paternoster – si può fare con semplici attrezzi da cucina, senza bisogno di altro a parte volontà e un po’ di pazienza. Se invece si vuole vendere il prodotto, si dovrà acquistare uno smielatore che dovrà rispettare norme igieniche e sanitarie. Stesso discorso per il confezionamento e l’etichettatura. In Italia sono ancora poche le realtà di chi mette in comune smielatore e confezionatrice”.

Fatto tutto questo, però, non resta che gustare il prezioso oro liquido.

 Settembre 2017

Le api di Sting 

Da tempo amici e collaboratori non lo avevano visto così preoccupato. Mister Gordon Matthew Thomas Summer, in arte Sting, sembrava non pensare ad altro.

E stavolta non per la mancanza di creatività o di fan (che non l’hanno mai abbandonato) o per qualche bega burocratica, ma per la sorte dei 60 alveari che arricchiscono la tenuta del Palagio, 300 ettari e una villa rinascimentale nel cuore del Valdarno, a pochi chilometri da Firenze. «Le api rischiano di morire, non hanno cibo né acqua, vanno spostate al più presto», ha detto il genio del rock che dal 2002 possiede una tenuta in Toscana dove produce vino, olio e miele biologici.

 L’intervento dei «rianimatori»

Le 50 mila api di Sting sono state trasferite in un campo di ciliegi, 5 ettari che prima della grande siccità erano un vero paradiso, ma il problema non è stato risolto completamente. Non solo la produzione di miele si è ridotta della metà, ma per salvare le api sono dovuti intervenire i «rianimatori», apicoltori specializzati nell’alimentare gli insetti con un preparato speciale di acqua e zucchero. E quando è arrivata la prima e sospirata pioggia pare che lo stesso Sting abbia ricordato le parole di Fragile, uno dei suoi successi: «La pioggia continuerà a dirci quanto siamo fragili...». Già, perché per l’apicoltura italiana è stata l’estate più fragile a memoria d’uomo. «In Italia la produzione è calata in media del 70% con punte dell’80% in Toscana — spiega Francesco Panella, portavoce dell’Unapi, l’associazione degli apicoltori — ma non è solo un problema di produzione di miele. Adesso si rischia il disastro ambientale perché con la siccità i fiori non secernono più nettare e polline e le piante, in particolare quelle arboree, sono in una situazione di perenne sofferenza».

 Effetto desertificazione

Secondo Arpat (l’Associazione toscana degli apicoltori), le api, falcidiate da una moria provocata dai pesticidi e ora impazzite per il clima anomalo, non riescono a impollinare e la perdita di fertilità delle piante rischia di aumentare l’effetto desertificazione. È così grave la situazione che sabato e domenica a Montalcino, la terra senese famosa per il Brunello e l’eccellenza degli alveari, sono stati organizzati gli stati generali dell’apicoltura. Saranno presentati dati da allarme rosso. «Se ci andrà bene, quest’anno arriveremo a 90 mila quintali di miele prodotto in Italia — continua Panella — contro i 250 mila della media nazionale». Un disastro che si cerca di evitare utilizzando anche le nuove tecnologie. A Siena sarà presentato un progetto (si chiama NOMaDi-app), realizzato dall’università di Firenze, per monitorare a distanza gli alveari con sensori hi tech capace di trasmettere via wireless informazioni su produzione e stato di salute delle api, soprattutto sui territori nei quali c’è fioritura e dunque nettare. «Da tempo dallo studio delle api arriva la certezza di una drammatica crisi ambientale — conferma Chiara Grassi, curatrice del progetto per l’università di Firenze — e il sistema che sarà sperimentato in Toscana aiuterà a combattere questa crisi». Ma da solo non potrà evitare lo spettro della catastrofe ecologica. Perché, come canta Sting, la pioggia (che non arriva) continuerà a dirci quanto siamo fragili.

Settembre 2017

 Coldiretti allarme api e siccità

Il grande caldo stravolge il ciclo della natura e stressa anche animali e piante. Le api stremate dal caldo non svolgono più adeguatamente il prezioso lavoro di trasporto del polline e del nettare per l’effetto negativo del clima che fa anche appassire le piante di granoturco e di pomodoro mentre nelle stalle si registra un crollo delle produzioni del 10 per cento per effetto dello stress a cui sono sottoposte le mucche.

E’ la Coldiretti a tracciare il bilancio, su piante e animali, del caldo insolito dopo un mese di giugno che ha chiuso classificandosi in Italia al secondo posto tra i piu’ caldi di sempre, dietro solo a quello del 2003 segnato da una siccità storica. Il caldo ha pesanti effetti - sottolinea la Coldiretti - nel mondo animale con le api che non riescono a prendere il polline e il nettare mettendo a rischio la produzione di miele dopo che l'estremizzazione delle temperature medie invernali, con un febbraio di forte gelo perdurante e poi un marzo con punte di calore estive, non ha certo favorito l'uscita dall'inverno degli allevamenti apistici. Ma l'afa e le temperature - continua la Coldiretti - hanno tolto l'appetito anche ai maiali che stanno consumando fino al 40 per cento in meno della consueta razione giornaliera di 3,5 chili di mangime, mentre le mucche nelle stalle sono stressate e producono fino al 10 per cento di latte in meno, rispetto ai circa 30 litri al giorno che vengono munti in periodi normali.

La situazione - precisa la Coldiretti è aggravata dall'umidità che, come per le persone, aumenta la sensazione di caldo anche per le mucche. In soccorso nelle stalle sono state allestite - riferisce la Coldiretti - doccette, ventole e condizionatori e utilizzati integratori specifici a base di sali di potassio nell'alimentazione preparata dagli allevatori. Sopra i 30 gradi - sottolinea la Coldiretti – vanno in stress anche le piante di pomodoro che non riescono piu' a lavorare e si fermano, nonostante l'irrigazione che non riesce a sopperire neanche al fabbisogno idrico delle coltivazioni di granoturco che al nord hanno cominciato ad appassire.

Le coltivazioni - precisa la Coldiretti - in questa fase stagionale si trovano in un momento critico di sviluppo e hanno bisogno dell’acqua per completare il ciclo produttivo. Infatti la perdita di acqua delle piante e del terreno, la cosiddetta evapotraspirazione, con le temperature bollenti di questi giorni ha raggiunto livelli che - conclude la Coldiretti - si registrano normalmente a fine luglio/agosto.